15  dicembre  2002


DI CHI E' LA COLPA?


Cari fratelli e sorelle!
Sono contento di essere nuovamente qui con voi questa mattina. Oggi, vorrei richiamare la vostra
attenzione sulla seguente domanda: "Di chi è la colpa? Chi è il colpevole? Di chi è l'errore?"
Questo sarà l'argomento odierno. Scopriamo chi è il colpevole, per liberarci da ogni cattivo
effetto e gioire della vita.

Come mai alcuni sono santi? Come mai alcuni sono Divini? Perché altri sono demoniaci? Perché uno è
peccatore e l'altro santo? Qual è la ragione? Di chi è la colpa? Analizziamo la cosa chiaramente.

Amici miei, tutti questi argomenti sono stati discussi in dettaglio nel 15° capitolo della Bhagavad
Gita, intitolato Purushottama Praptiyoga (1), il quale spiega chiaramente dove risiede l'errore.
"Di chi è la colpa? Di chi è l'errore?"

Analizziamo con attenzione. "La vita è un processo di evoluzione dal basso verso l'alto". Sto
citando le parole di Bhagavan. Penso che ora siate ben certi che qualsiasi cosa dica, proviene
dalla letteratura di Bhagavan, nulla viene lasciato alla speculazione o all'immaginazione, non
oserei farlo.

La vita è un processo di evoluzione dal basso verso l'alto. Nel corso di quest'evoluzione, per
alcuni il processo può essere rallentato, mentre per altre anime benedette può essere accelerato;
in ogni caso, il processo è lento, perché noi non vogliamo evolvere troppo velocemente, vogliamo
prenderci tempo e farlo con comodo, senza fretta. Coloro che scelgono di affrettare il passo
evolutivo sono definiti ricercatori o aspiranti. Essi accelerano il loro processo evolutivo, mentre
gli altri procedono più lentamente, ma l'evoluzione è un obbligo per tutti; perciò, amici miei, non
c'è motivo di sentirsi frustrati, o di sentirsi orgogliosi. Voi potrete giungere alla meta domani,
io potrò arrivare il giorno dopo, ma tutti noi arriveremo a destinazione. Perciò, durante il
cammino spirituale, il processo evolutivo avviene in ogni caso, sia che vi piaccia o no. Se non vi
piace, impiegherete più tempo. Se vi piace, avverrà più velocemente - ecco tutto!


LA META ULTIMA

Se mi preparo bene per l'esame, quest'anno passerò; se non mi preparo, non importa perché in
settembre o in marzo ci sarà un esame d'appello. Per evolvere ci possiamo impiegare alcune vite, ma
l'evoluzione è certa.
Qual è il vertice, la destinazione, la meta? Qual è la cima della scala evolutiva? Il gradino
finale è l'identificazione con la Divinità, o la fusione totale nel Divino - comprendere ed
esperire che voi e Dio siete Uno. Questo è lo scopo finale dell'evoluzione. Finché non ci sarà
quest'identità, finché non riconoscerò la mia Realtà e non comprenderò che Dio e io siamo Uno - il
processo evolutivo continuerà. È solo questione di quante vite impiegheremo, questo è tutto; per
alcuni è necessario un numero indefinito di esistenze, ma in ogni caso il processo evolutivo sarà
sempre presente.

La cosa funziona più o meno così: per andare a New York potete prendere un volo diretto, oppure un
volo non diretto che si ferma in qualche altra località prima di arrivare a New York. I voli non
diretti devono aspettare altri voli di coincidenza per continuare il viaggio, in ogni caso tutti
quanti - un giorno o l'altro - arriveranno all'aeroporto di J.F. Kennedy.
Analogamente, il processo evolutivo è certo: noi ritroveremo la nostra Realtà, riconosceremo
l'identità con Dio. Questo è il gran finale, la meta ultima che noi definiamo "Stato Narayana", in
cui voi siete Dio. Come Cristo affermò: "Io ed il Padre mio siamo Uno" - così lo "Stato Narayana" è
l'obiettivo finale della scala evolutiva.


SONO VERAMENTE UMANO?

Prima di quello stadio finale c'è, tuttavia, un gradino preliminare. Prima di diventare Narayana,
Dio, dobbiamo diventare Nara, uomini. Siamo veramente umani? Certamente no! Noi abbiamo le
sembianze di esseri umani, ma nel nostro comportamento siamo non-umani.  Ecco perché Bhagavan ha
asserito molte volte: "Ripetete questo mantra: Io sono un uomo, non sono un animale. Io sono un
uomo, non sono un animale".

Se voi affermate semplicemente: "Io sono uomo" - è solo metà verità - "Io non sono un animale" - è
l'altra metà, se non addirittura la metà preponderante. Pertanto, ripetete: "Io sono uomo, non sono
animale". È un'affermazione che ci aiuterà a comprendere che non siamo ancora umani.

Come raggiungere lo Stato Narayana, Divino, se non siamo neppure Nara, umani? Dobbiamo sforzarci di
essere umani, questo è il penultimo gradino della scala evolutiva. Ora, si pone la domanda: "Perché
non sono umano?" - Voi potreste chiedere qual è la prova che "non sono umano".  Forse la vostra
pratica spirituale vi potrà zittire, ma questa domanda può tuttavia turbinare nella vostra mente -
"Ma cosa va dicendo quest'uomo? Io sono umano in tutto e per tutto, perché mai afferma che non lo
sono?"

Vi prego di osservare le pagine della storia. Quasi 300 barbari ed ignobili crimini di guerra sono
stati commessi in tempi recenti. Ci sono luoghi che continuano ad essere immersi in gravi problemi;
decine d'anni sono passati, tuttavia sono sempre in ebollizione - non c'è mai pace. Le bombe hanno
sterminato centinaia e migliaia di persone. L'umanità non ha certamente dimenticato Hiroshima e
Nagasaki. Che cosa pensiamo della prima e della seconda guerra mondiale? Come valutiamo il
terrorismo che continua ovunque? Come spieghiamo gli scontri a livello nazionale ed internazione?
Come possiamo conciliare tutto ciò?

Queste agitazioni, violenze e scontri non sono le caratteristiche di un essere umano. I cani
combattono, gli animali lottano, le bestie feroci attaccano, lottare in tal modo è una qualità
animale. Io sono Nara, un uomo, ma solo ai fini esteriori, perché interiormente sono Vanara, una
scimmia.  Vanara è una scimmia, Nara è umano, Narayana è Divino.
Quello che voglio comunicarvi è che ci sono tre stadi nel processo evolutivo. L'animale deve
migliorarsi, crescere ed evolvere in umano, e l'umano deve raggiungere lo stato di perfezione ed
identificarsi con il Divino, con Narayana stesso. Questi sono i tre gradini dell'evoluzione,
indipendentemente dal nostro paese di appartenenza.


IL QUINDICESIMO CAPITOLO DELLA BHAGAVAD GITA

Il quindicesimo capitolo della Bhagavad Gita cita tre parole che sono molto interessanti, ma che
confondono e sono poco comprensibili. Chi legge questo capitolo senza avere una preparazione sugli
insegnamenti di Bhagavan Baba, si ingannerà se crede di averlo capito. Penso che sia più facile
comprendere le scritture se prima si legge a fondo la letteratura Sai; poi riuscirete a capire le
scritture perfettamente. Altrimenti, diverrete eruditi ma non saggi.

Un uomo saggio è diverso da uno studioso: quest'ultimo è solo vocale o verbale ed è ripetitivo nel
suo approccio, mentre un uomo saggio crede nella sua esperienza. Cerchiamo allora di essere uomini
saggi - come i tre saggi che incontrarono Gesù Cristo subito dopo la sua nascita. Tre uomini saggi
arrivarono da tre luoghi diversi per vedere Gesù; essi seppero riconoscere la Sua santa nascita,
appunto perché erano saggi, altrimenti, se non lo fossero stati, sarebbero andati altrove, magari a
leggere le scritture; ma essi erano tre uomini saggi e furono guidati da una stella verso la città
di Betlemme, al fine di vedere il bambinello appena nato. Dobbiamo essere più orientati
all'esperienza che non all'erudizione.

Quali sono le tre parole speciali in questo capitolo? Una è kshara, l'altra è akshara, la terza è
Purushottama. Per essere proprio sincero con voi, vi devo confessare che insegno la Bhagavad Gita
ad alcuni studenti già laureati che seguono corsi di specializzazione nel nostro istituto.
Pertanto, posseggo tutte le versioni ed i commentari sulla Bhagavad Gita, tanto che in casa mia ci
sono più libri sulla Gita che non di botanica, che è la mia materia d'insegnamento. Sono
consapevole che insegno la Gita a studenti già laureati, ma essi devono essere ben convinti
dell'argomento, perché non voglio che se ne stiano seduti in silenzio e comincino a russare. Non
desidero che in seguito sviluppino qualche tipo di allergia, perciò la presento loro in modo tale
che essi si sentano poi incoraggiati a leggerla da soli. Ecco perché ho così tanti libri e cassette
sulla Bhagavad Gita. Tuttavia, tutte queste versioni mi hanno confuso, e soltanto la letteratura
Sai mi è venuta in soccorso. È stata come una barca di salvataggio che mi ha aiutato a capire la
Gita molto meglio. Se chiedete a chi ha familiarità con la Gita di fornirvi una spiegazione su
queste tre parole così disorientanti - kshara, akshara e purushottama - vi eluderà dicendo: "Ne
parliamo più tardi".


L'ABCD dell'insegnamento

Qualcuno mi ha detto che c'è un "ABCD" dell'insegnamento. Per avere successo, ogni insegnante deve
ricordare questo ABCD.
'A' sta per  'avoid' (evitare). Se uno studente vi fa una domanda, rispondete "Ci vediamo più
tardi". 'B' sta per "by-pass" (aggirare). Se uno studente pone una domanda, l'insegnate gli
risponderà: "Cosa ne è di questo e di quello? - in modo tale che lo studente si dimentichi della
sua domanda iniziale. 'C' sta per confondere. Se li confondete, gli studenti preferiranno evitare
di porre ulteriori domande. 'D' sta per "dividere", come ad esempio: "Gli studenti dell'anno scorso
non hanno mai fatto una simile domanda"; oppure, "L'anno precedente non sottoponevano domande così
sciocche". Così l'arte dell'insegnare è discesa al livello di: "evitare, aggirare, confondere e
dividere".


KSHARA

Se chiedete a qualche studioso qual è il significato di kshara, akshara e purushottama, sarebbe
costretto ad usare il sistema "ABCD"; ma il nostro grande, buono, meraviglioso Bhagavan,
l'Insegnante di tutti gli insegnanti, ha reso l'argomento così semplice che ho potuto facilmente
comprenderlo.

Bhagavan per kshara indica il livello fisico o conscio, ovvero ciò che è perituro, come il corpo
fisico.
Io sono conscio della mia personalità. Per quanto tempo? Finché sono in vita. Sono consapevole del
mio bagaglio culturale e delle mie esperienze personali. Per quanto tempo? Finché incontro una
persona migliore. Mi rendo conto del mio fascino. Per quanto tempo? Finché la gente mi dice che non
sono affascinante.

Questo si riferisce a ciò che ero nel passato. Quello che sono ora o oggi, non lo sarò domani. Con
l'età, noi cambiamo - il corpo non rimane lo stesso. Ovunque ed in ogni paese, tutti devono passare
attraverso questo cambiamento; se non c'è cambiamento, vuol dire che c'è qualcosa che non va in
quell'individuo. Per forza di cose ci deve essere il cambiamento.
Tutto quello che nasce e cresce, che cambia e perisce, che si basa sui sensi, ed opera a livello
dei sensi, come il corpo, è chiamato kshara, conscio.

Ieri Bhagavan ha fatto quest'esempio ad un gruppo di industriali: un ragazzo di 18 anni piangeva
davanti al corpo morto di sua madre, dell'età di 30 anni. Qualcuno arrivò e gli disse: "Ragazzo,
perché piangi?" - egli rispose: "Ho perso mia madre". Sopraggiunse un uomo saggio e chiese: "Che
cosa è successo?" - "Ho perso mia madre". - "Ma sei pazzo? Tua madre è qui, non l'hai persa. È qui,
portala dentro". Allora il ragazzo ritornò in sé: "Mi scusi, signore; il corpo di mia madre è qui,
ma la sua vita se n'è andata".

Allora, cos'è che ha perso quel ragazzo? È la vita che se ne è andata, non il corpo. Pertanto, è
indispensabile capire che il corpo ed i sensi funzionano grazie alla forza vitale o spirito, grazie
alla Coscienza o Chaitanya, come noi la chiamiamo in Sanscrito.


AKSHARA

Akshara è la Coscienza. Mentre kshara, il conscio è perituro, Akshara, la Coscienza, è imperitura.
Noi abbiamo avuto numerosissime vite (Anik Kumar recita alcuni versi Sanscriti):

Punarapi Jananam,
Punarapi Maranam,
Punarapi Jananee Jathare Sayanam.
Noi nasciamo ripetutamente, nasciamo e moriamo in continuazione, nascita e morte.

Continuare a rinascere è lo stato di Akshara. L'anima continua ripetutamente a rinascere, mentre i
corpi se ne vanno. Facciamo un esempio: il mattino mi cambio l'abito e ne indosso uno nuovo, mentre
di sera mi metto un altro vestito; nonostante ciò io continuo a vivere.  Analogamente, i corpi
cambiano; infatti, è l'anima che cambia le sue vesti, le quali non sono altro che il corpo.

Questo continuo ciclo di nascita e morte, un giorno o l'altro, finirà. Perché siete nati? Per non
dover più rinascere! Perché morite? Morite, affinché non dobbiate morire un'altra volta! La fine
del ciclo delle esistenze, che ci permetterà di non più rinascere, è chiamato Liberazione, o
Nirvana, o Moksha.  Quest'ultimo è lo stato "Purushottama (2)", di Consapevolezza.

Pertanto, lo stato Purushottama è Consapevolezza; akshara (3) è Coscienza, mentre kshara (4) è il
conscio.  Questi sono i tre livelli di conoscenza e di esperienza, sono i tre stadi
dell'evoluzione, i tre gradini della scala.

Se voi pensate di essere il corpo - "quello che pensate di essere" - allora vi identificate con il
primo stato, o kshara.
Tutti vi considerano un individuo come gli altri, siete un individuo fra i molti. Se sentite di
essere "quello che gli altri pensano voi siate" - è il secondo livello, akshara.
Infine, "quello che voi realmente siete", il Divino, è il terzo stato, o Purushottama.

Riassumendo, i tre livelli sono : "quello che pensate di essere" - kshara, o il conscio. "Quello
che gli altri pensano voi siate" - akshara, o Coscienza. Infine "quello che realmente siete" -
Purushottama, o Consapevolezza. Questa è la meravigliosa spiegazione che Bhagavan, per Sua grande
compassione, ci ha dato.

Se leggete il 15° capitolo della Gita, senza questa spiegazione, non vi verrà più voglia di aprire
il libro un'altra volta, tanto questi termini confondono e disturbano. Voi potreste pensare:
"Guarderò piuttosto la TV o leggerò il giornale - ciò non mi confonderà. Dopo tutto, devo nascere e
rinascere, allora perché preoccuparsi se so o non so?" Infatti, senza questa spiegazione di base,
voi potreste sentirvi vessati o frustrati.

Bhagavan Baba ci ha spiegato le Sacre Scritture in modo completo e meraviglioso, e noi dobbiamo
impararle; dobbiamo trovare un po' di tempo per acquisire sufficiente conoscenza per poi attuare la
trasformazione di noi stessi. Invece, siamo così impegnati con responsabilità banali e secolari:
"Bhagavan, se mi parlerai, ti prego dimmi quando mia figlia potrà sposarsi" - oppure "Se ho
l'opportunità di parlarti, vorrei sapere se mio figlio potrà ottenere il visto per andare
all'estero. La Tua Gita - per favore, tienila pure per Te!"

Noi siamo così invischiati ed occupati con le cose materiali che non vogliamo ricevere quello per
cui Egli è venuto, cioè per dare e donarci liberamente quell'oro prezioso; siamo soddisfatti solo
con orpelli e ciarpame e trascuriamo l'oro prezioso. Ecco qual è la tragedia.

Ora, ritorniamo al punto di kshara, akshara e purushottama.  Lo stato di kshara - "quello che
pensate di essere", cioè il corpo fisico - è comune a tutto il mondo organico. Tutti gli animali
conoscono questo stato. Quando un cane della strada attigua entra in questa via, tutti i cani
litigano e si scontrano. Quello è il livello kshara, o coscienza del corpo. Quando noi lottiamo, o
abbiamo dispute per l'acqua, per i confini, per la bomba atomica, ecc. - noi ci troviamo al livello
kshara. Se fossimo onesti con noi stessi, lo confesseremmo, ma indossiamo abiti distinti, abbiamo
tante belle lauree e, quindi, non vogliamo accettare questa verità.

Il secondo livello è "Io non sono il corpo; in me c'è la vita, questa vita è permanente. La vita
esiste per tutto il tempo, anche quando il corpo cambia. Come Bhagavan molto spesso afferma: "Oggi
sei un ragazzo, domani un uomo, dopo qualche anno un padre, ed alla fine un nonno. Per il medesimo
individuo ci sono diversi stati in tempi differenti". L'individuo che passa attraverso i vari stadi
corrisponde a "quello gli altri pensano tu sia" - ovvero allo stato akshara, coscienza.

Akshara è, tuttavia, limitato alla configurazione individuale. Allora, che cosa si deve fare?
Bhagavan ha fatto un bellissimo esempio. Quando il pneumatico scoppia, o il pallone scoppia, l'aria
contenuta nel pallone o nel pneumatico si unisce all'aria che c'è intorno. Quando un fiume
s'immerge nell'oceano, diventa una parte dell'oceano e non è più un fiume. Se invece è un fiume,
gli potete attribuire un nome, per esempio, Mississippi. Infatti, i fiumi hanno i loro nomi e la
loro locazione geografica; però, quando il fiume si immerge nell'oceano, non importa dove, sia
nella Baia del Bengala, sia nel Pacifico o nell'Atlantico, il fiume perde identità e nome, ed è uno
con l'oceano.

Se vado dall'oceano e gli chiedo: "Oh Oceano, dov'è il Mississippi?" - risponderà: "Non esiste più
il Mississippi, si è perso: ora è con me ed è in me: il Mississippi ed io siamo uno e lo stesso".
Analogamente, la coscienza, vita dopo vita, è impegnata a comprendere che essa non è l'anima
individuale, ma è una parte dell'eternità, dell'oceano di infinita Divinità.


PURUSHOTTAMA

Quando uno spezza la catena delle nascite e delle morti, e l'individuale trova l'identità
nell'Infinito, ciò è detto "Purushottama" o Consapevolezza. Baba ci ha fatto un altro esempio, per
il quale Gli siamo eternamente grati. Se non fosse per Te, Bhagavan, non saremmo mai stati in grado
di comprendere le Verità Vedantiche, che un giorno o l'altro dovremo pur conoscere - se non in
questa vita, per lo meno nella prossima.

Non potete sfuggire: come la morte è certa, così anche la Realizzazione è certa. È solo una
questione di numero di vite, ecco tutto. Voi potete mangiare alle 10, o alle 12, oppure alle 14.
Ciò dipende da voi, ma in ogni caso dovete mangiare per sopravvivere. Allo stesso modo, la
Realizzazione avverrà, prima o poi.

Bhagavan ci ha fatto quest'esempio. A causa del calore del sole, l'acqua dell'oceano viene
trasformata in vapore. Il vapore s'accumula in nubi, e le nuvole scendono sotto forma di pioggia.
L'acqua della pioggia scorre in continuazione nella forma di laghi o di fiumi, i quali alla fine si
riuniscono all'oceano.

All'inizio era un oceano, poi è diventato vapore e successivamente una nube; in seguito è diventato
pioggia, quindi un fiume, ed infine nuovamente oceano. Allo stesso modo, noi proveniamo da questo
oceano, chiamato "Purushottama" - l'eterna Consapevolezza, nettarea e senza macchia. Da questo
oceano proviene l'individualità, la dualità, l'identità, nonché la separazione delle nubi che
scendono come pioggia e creano fiumi, aventi nomi e forme. Ciò è chiamato "akshara", coscienza.
Essa consegue il suo compimento quando il fiume si immerge nel grande oceano - cioè quando la
coscienza si fonde nel Purushottama, la Consapevolezza. Quello che separa me da Dio è il mio nome e
la mia forma. Quello che mi distanzia dalla consapevolezza è la mia stessa separatività o
individualità.

Il 15° capitolo della Gita dà la risposta alla domanda: "Di chi è l'errore?" È il mio stesso
errore, non è l'errore di nessun altro. Credere di essere il corpo è il mio errore. Nessuno ti ha
detto che tu sei il corpo. Te lo ha forse comunicato qualcuno? No, sono io che penso di essere il
corpo. Pertanto, io lotto, faccio dispute, mi differenzio. Io penso di essere il corpo, ma è il mio
errore pensarlo. Poi a causa del fattore "ego", penso di essere un individuo separato, penso anche
di essere uno speciale, straordinario e migliore di chiunque altro. Anche quello è il mio errore.
Di chi è l'errore? È mio! Un giorno o l'altro dovrò comprendere che non sono separato da nessuno.

Come Bhagavan ha spiegato ieri a quei funzionari: "L'Uno si è manifestato nei molti. Dio è presente
ovunque". Le Sue mani, i Suoi piedi sono ovunque, il che significa che tutti sono Divini. Tutte le
mani sono Sue; tutte le teste sono Sue; tutte le orecchie sono Sue; tutti gli occhi sono Suoi.
Questa è Consapevolezza, lo stato finale di Purushottama.

Voi potreste chiedere: "Come puoi dire che le mani sono Sue? Esse sono mie". No, no. Quando dico
che ho dieci mani nel mio ufficio, non significa letteralmente che io ho tutte le dieci mani
attaccate a questo corpo. "Mano" sta per l'uomo che vi è dietro. Questa è una figura rettorica, che
noi chiamiamo sineddoche, nella quale una parte rappresenta il tutto. Quindi, tutti sono Divini.
Ognuno di voi è Divino quanto lo sono io. Ciò è Consapevolezza, la meta finale.

Ci si riferisce a questi stati con nomi diversi, poiché il Vedanta ha una nomenclatura molto vasta.
Perché? Non è per confondere, ma è per compassione; ci si aspetta che usando parole diverse, almeno
una vi trasmetta la vera essenza, che almeno un'espressione vi raggiunga, o che per lo meno una
parola usata al momento giusto possa convincervi. Questo è il motivo perché troviamo molte parole
diverse usate per indicare la stessa cosa.

Possiamo chiamare l'aspetto conscio "stoola" che significa corpo fisico. Poi c'è la coscienza,
"quello che gli altri pensano voi siate", che è detto "sookshma", o corpo sottile. Il terzo è
Purushottama o Consapevolezza "quello che voi realmente siete", chiamato karana, o corpo causale.

Pertanto, il corpo fisico, il corpo sottile ed il corpo causale sono, in altre parole,
rispettivamente il conscio, la coscienza, la Consapevolezza. Secondo la Gita, essi sono chiamati
kshara, akshara e purushottama. Infine Bhagavan li esprime nel seguente modo: "quello che pensi di
essere - quello che gli altri pensano tu sia - quello che realmente sei", vale a dire il corpo, la
vita, il Divino.

C'è qualcosa in comune fra i primi due - il conscio e la coscienza. Perché? Entrambi funzionano a
causa dell'illusione o Maya. L'illusione è comune a kshara ed akshara, conscio e coscienza.

Mi potreste chiedere perché e come? È semplice. Io penso di essere il corpo. Perché penso così? A
causa dell'illusione. Io penso di essere straordinario, veramente speciale, credo di essere
superiore a tutti. Questo è nuovamente a causa dell'illusione; perciò questi due stati conducono
all'illusione.

Il terzo, lo stato supremo di Consapevolezza è di là dell'illusione. Tale Realizzazione è
non-duale, non può essere catturata o vittimizzata, non può essere prigioniera dell'illusione,
poiché la trascende, non può essere illusa od ingannata. Ciò è quello che ha detto Bhagavan.

L'aspetto Purushottama è trattato molto bene nel 17° versetto del 15° capitolo della Gita, che
spiega chiaramente che cosa sia la Consapevolezza.


DOMANDE

Avendo poco tempo a disposizione, lasciate che risponda alle domande che ho ricevuto in modo da non
deludere chi le ha formulate. Continueremo con il resto del 15° capitolo la prossima volta.
Vi leggerò le domande e darò le risposte al meglio della mia capacità.


1) Che cosa determina il sesso di una persona alla nascita?
Qual è il fattore primordiale che decide del sesso di una persona alla sua nascita?
Perché tu sei un uomo? Come te la cavi ad essere una donna?

Dunque, la domanda è che cosa determini il sesso in ogni vita. Dipende forse dalle vite passate?
La risposta è semplice, cari amici. Cito la letteratura Sai: il vero Sé, la Realtà, non è uomo né
donna. Essere uomo o donna, la differenza delle identità, risiede nel corpo e non nello spirito.
Se qualcuno bussa alla porta e voi chiedete: "Chi è? ", vi sentirete rispondere: "Sono io, ...",
con nome o cognome. Nessuno dirà: "Sono io, l'uomo"  oppure " Sono io, la donna". Nessuno risponde
così.
 "Io"  è comune sia agli uomini sia alle donne.

In secondo luogo Bhagavan ha detto: "Tutti sono donne".
Hari Om Tat Sat. Amici miei, non
fraintendetemi. Sistemerete i conti più tardi. Tutti sono donne; dunque non avete bisogno di
sentirvi inferiori. E noi non abbiamo motivo per sentirci superiori. Perché? Lo spirito in voi è
purusha, maschile. L'Atma è maschile, purusha, mentre il corpo è prakriti o natura, ed è femminile.
Ma la virilità è dello spirito e non del corpo.

In terzo luogo, Egli ci ha dato un esempio: se andate al liceo femminile di Anantapur alla festa
annuale dell'Istituto, mentre si sta svolgendo una rappresentazione, vedrete una ragazza nel ruolo
di un re. Un'altra ragazza sarà nel ruolo di un soldato, ed un'altra ragazza in quello di un
servitore. A causa dei loro costumi, esse si presentano come uomini, ma in realtà solo delle donne.
Allo stesso modo, tutti sono donne. Alcuni possono sembrare degli uomini, ma sostanzialmente sono
tutti femminili. Intendo dire che il principio corporeo è femminile, prakriti, ovvero materia
inerte. Essa è femminile, mentre il principio vitale è maschile.

Vi sono molto grato di farmi queste domande, perché ciò mi aiuta a percorrere con la memoria quello
che Bhagavan ha detto nel corso degli anni.
Ecco qui un altro esempio. Avrete udito di una nobile signora di nome Mîra, che era una gran
devota.
Mîra voleva incontrare il re, perciò si recò a palazzo.
Un soldato le disse: "Mi spiace, ma non potete entrare".
Ella domandò: "Perché?" L'uomo le disse: "Alle donne non è permesso entrare. Alle donne è proibito
l'ingresso a palazzo".
Allora Mîra disse: "Dove sono gli uomini qui? Non vedo in giro nessun uomo."
Il soldato rimase sorpreso e deve aver pensato: " C'è qualcosa che non va in me, oppure in lei?"

Questa è la verità. Il corpo è femminile, materia inerte soltanto, ma la forza vitale è maschile.
Dunque, tutti siamo delle combinazioni di entrambi.
Quando si chiede: "Cosa determina il sesso?" Io rispondo: "Perché preoccuparsene? Sia che la
caramella abbia la forma del topo o dell'elefante, il bambino la mangia ugualmente, non è vero? Un
cioccolatino può essere tondo, rettangolare, o esagonale, ma il cioccolato è sempre cioccolato. I
biscotti possono essere quadrati o rotondi; in tutti i casi, un biscotto è comunque un biscotto.

Allo stesso modo possiamo dire: La vita è la vita, che tu sia un uomo o una donna è solo un fatto
esteriore.  Perciò non chiediamoci cosa determina il nostro genere. Va tutto bene. Uomini e donne
soffrono allo stesso modo.  Certo, gli uni danno la colpa agli altri!


2) Come possiamo trattare con amore le presenze indesiderate?

La domanda successiva è questa: ci sono molti scarafaggi che girano per casa di notte, creando non
solo una minaccia per la salute, ma soprattutto spaventandoci talvolta a morte. Può per cortesia
insegnarci come trattare queste creature? Come possiamo trattare con amore questi esseri invadenti?

Forse gli scarafaggi sono diventati un problema internazionale. Bene, io ho avuto lo stesso
problema e ho fatto amicizia con loro perché in ogni caso non posso liberarmene. Per certa gente,
le zanzare costituiscono un problema, ma per me non è la zanzara il problema. Per me è il rumore
della zanzara che mi impedisce di dormire.
Amici miei, che si tratti di zanzare, scorpioni, serpenti o scarafaggi, la questione è in questi
termini: se uccidete qualcosa per divertimento, emozione, eccitazione o come passatempo, allora è
certamente peccato. Se invece lo fate per liberarvi da una sofferenza, allora non è peccato. Se
uccidete per il piacere di farlo, come andare a caccia per l'eccitazione della cosa, non è
accettabile. La caccia era una volta il passatempo dei re. Ora è un crimine. Ma se una tigre vi
attacca, potete spararle. Come posso trattarla con amore, e permetterle di mangiarmi?
C'è una sottile differenza tra le due cose. Se non uccido per la gioia o il piacere, se lo faccio
per salvarmi, allora non è un crimine. È anch'esso trattare le cose con amore.


3) Perché la Realizzazione?

La successiva domanda è: "Perché dobbiamo passare attraverso questa o qualsiasi altra vita per
ottenere la Realizzazione del Sé? Perché non siamo arrivati già realizzati? Ha mai incontrato un
realizzato? Inoltre: una volta che abbiamo benedetto qualcosa, o domandato qualcosa, o cantato un
mantra, perché dobbiamo poi sempre ripeterlo?

Molto bene! Ecco una domanda per questa epoca dei computer. Come vi dissi la volta scorsa, non
intendo ridicolizzare queste domande. Non sottovaluto il calibro e lo spirito della persona che ha
posto tale domanda. Io ne ho il massimo rispetto, e ringrazio dal profondo del cuore perché così mi
aiutate a ripercorrere continuamente gli scritti di Sai.

La domanda è questa: "Perché dobbiamo passare attraverso questa o qualsiasi altra vita per ottenere
la Realizzazione del Sé?"
La risposta è semplice. Molta gente si siede davanti alla TV a guardare i romanzi a puntate. Non so
se ci siano romanzi a puntate alle televisioni estere, ma qui, ed in particolare nell'India del
Sud,
alcuni romanzi a puntate vanno avanti per 500 episodi o più!
C'è anche una barzelletta su questo. Un uomo anziano scrive una lettera al direttore della
televisione: "Io potrei morire da un momento all'altro. Mi dica come finisce la storia, in modo da
morire in pace. È un peccato non sapere per quanto tempo continua: potrei dover rinascere! Perché
tutto ciò? Mi dica la fine della storia!"

In secondo luogo, una cosa comune ai romanzi a puntate televisivi dell'India del Sud è che quasi
tutti vi fanno piangere. Nessuno di questi vi fa ridere.
C'è una barzelletta anche su questo. Una giovane ragazza va dal direttore della TV e gli chiede:
"Signore, perché non mi affida una parte? Vorrei fare l'attrice dei vostri romanzi a puntate."
Il direttore risponde: "Va bene."  Chiede che gli portino un secchio di plastica e lo mette davanti
a lei, poi le dice: "Avanti, riempi questo secchio di lacrime, poi ti darò una parte."
Dunque, occorre imparare l'arte di piangere. Ci sediamo davanti alla televisione e piangiamo anche
noi. Alcuni giorni or sono ho ricevuto una telefonata da un mio amico di Hyderabad. Mi ha detto che
sua moglie e sua suocera non vanno a letto, se non hanno pianto amaramente fino alle 10 di sera,
solo allora vanno a riposarsi. I pianti cominciano alle 7 e proseguono fino alle 10! Fino alle 7
hanno da fare, altrimenti comincerebbero alle 5.

Perché piangiamo? Addirittura paghiamo per piangere. Perché piangono quegli attori? Ricevono
quattrini e piangono. Dunque, abbiamo due categorie di persone che piangono: quelle che pagano per
piangere e quelle che sono pagate per piangere.
Amici miei perché piangiamo? Perché pensiamo che l'eroe dei romanzi a puntate sia vero. Oppure
pensiamo di essere in difficoltà, e allora piangiamo. A un certo punto, il marito ritorna
dall'ufficio e dice: "Io sono stanco per il lavoro, e tu, qui a casa, piangi! Datemi una tregua! "
Forse allora la moglie ritornerà a ragionare.

Ma allora, se considero veri i romanzi a puntate della televisione, se considero il cinema una
realtà, è perché m'identifico con essi e, di conseguenza, piango. Quando però mi rendo conto che si
tratta solo di cinema o di romanzi a puntate, non ne resto turbato.
Allo stesso modo, nella vita, noi passiamo tra alti e bassi, salti e cadute, sorrisi e lacrime,
gioia, giubilo e frustrazione. È come un pendolo che si muove tra due estremi. Quando vi lodano,
salite alle stelle; quando vi accusano, cadete nel profondo. Il motivo è la mancanza della
realizzazione.
La realizzazione vi permetterà di ottenere equanimità ed equilibrio. Vi aiuterà a non sentirvi
orgogliosi di tutti i banali conseguimenti o delle vostre piccole qualità. La realizzazione non vi
permetterà di sentirvi depresso o frustrato, o di trovarvi nella situazione di dover ricorrere ad
uno psichiatra.

Perciò, la realizzazione del Sé è necessaria nel vostro interesse. È nel vostro interesse che
dovete cercarla. Bhagavan ci da un semplice esempio. Un cucciolo di tigre si smarrì e cominciò a
vivere insieme ad un branco di  pecore. Un giorno, una tigre attaccò le pecore. Quando queste
cominciarono a fuggire, anche il cucciolo scappò. "Non uccidermi! Non uccidermi!"
La tigre disse: "Basta! Non piangere."
Il cucciolo disse allora: "Noi siamo pecore; io faccio parte del branco. Non uccidermi!"
"No, no, tu non sei una pecora. Io e te siamo simili. Andiamo al fiume a vedere le righe sui nostri
corpi. Tu ruggisci come io ruggisco. Abbiamo lo stesso linguaggio. Il corpo è lo stesso. Perché
pensi di essere una pecora?"
Allora il cucciolo di tigre capì di non appartenere più alle pecore.

Allo stesso modo, noi pensiamo di essere pecore. Pensiamo di valere così poco. Pensiamo di non
essere nessuno. No, no, no. "Voi siete i figli dell'immortalità, siete Divini." Quando Bhagavan si
rivolge a voi come 'Divyatmasvarupulara', significa che siete le Incarnazioni del Divino. Perché
pensate di essere dei miserabili? Perché pensate di essere così banali? Non è certamente così!
È come se un uomo andasse continuamente a chiedere prestiti. Un giorno qualcuno gli fa osservare
che ci sono centomila rupie sul suo conto. "Perché chiedi ancora denaro a prestito?
"L'avevo dimenticato. È passato così tanto tempo!"
Immediatamente va alla banca, utilizza il suo denaro, e non ha più bisogno di prestiti. Allo stesso
modo, quando possedete la realizzazione, vi trovate oltre la dualità del bene e del male, del
profitto e della perdita, della vittoria e della sconfitta. Siete nell'equanimità e perfettamente
equilibrati.  Per questo motivo dovete realizzare il Sé.


4) La Ripetizione dei Mantra

La seconda domanda dello stesso devoto di Sai: "Perché dobbiamo ripetere i mantra?"
Rammento una storiella. Un paziente va dal dottore e chiede: "Dottore, ho consumato tre bottiglie
di sciroppo in tre mesi. Fin quando devo andare avanti?"  Il dottore risponde: "Finché muore."
Analogamente, per quanto tempo si deve ripetere un mantra? Fin quando scorderete la sensazione che
state ripetendolo: "'Sai Ram, Sai Ram, Sai Ram'. Quante volte devo ripeterlo?"  "Oh, facciamo,
cento volte o più."

Sciocchezze. Continuate a ripetere il nome di Bhagavan fin quando dimenticherete quante volte lo
avete ripetuto. Bhagavan porta un bell'esempio su questo punto. Certamente, nessuno lo sa spiegare
come Lui: un bambino, andando a letto, chiede alla madre: "Mamma, per cortesia, svegliami quando ho
fame." La mamma risponde: "Sciocchino! Ti sveglierai da solo quando hai fame; non c'è bisogno che
ti svegli io."

Allo stesso modo: "Per quanto tempo devo ripetere un mantra?" La risposta è che dovremmo ripeterlo
finché non si sia raggiunto lo scopo.  "Allora perché devo ripeterlo tutte quelle volte, o per un
certo numero di volte?" Posso ripetere 'Sai Ram, Sai Ram, Sai Ram'. Posso ripeterlo 108 volte. Ma
la mia mente riesce a concentrarsi sul mantra solo di tanto in tanto, per breve periodo, mentre per
il tempo restante si immerge in pensieri rivolti alla prenotazione dell'aereo, al lavoro, alle
zanzare, alla mensa; ecco cosa succede. Dunque, anche se ho ripetuto il Nome 108 volte, la mente vi
si è concentrata solo per pochi istanti. Quante volte sono, allora? Solo tre volte! Allora le altre
105 ripetizioni sono andate sciupate!

Questi sono solo calcoli adatti alle tasse sul reddito, non per questi scopi.
Dunque, cari amici, ci viene richiesto di ripetere tante cose più e più volte. Quante volte devo
respirare? Fino a quando non trovo il mio nome sul giornale, nella colonna degli annunci mortuari.
Molto semplice. Dunque, dobbiamo continuare a ripetere il Nome Divino.


5) Grazia e benedizione

Ecco qui un'altra domanda: "Che differenza c'è tra 'Grazia' e 'benedizione'?"
Ottima domanda. Noi possiamo pregare: "Baba, benedicimi per il mio compleanno", oppure "Bhagavan,
benedici le mie attività economiche", o "Benedici il nostro anniversario di matrimonio."  Le
benedizioni sono una vostra necessità, voi richiedete le benedizioni come e quando ne avete
bisogno. Chiedete benedizioni quando sentite che è necessario, o quando vi sembra che si stiano
esaurendo, un po' come quando stanno per finire delle provviste di casa. È chiaro? Dunque, le
benedizioni sono ciò che cercate e che chiedete in certe speciali occasioni.

Una benedizione è ciò di cui avete bisogno quando non siete sicuri di qualcosa, mentre la Grazia è
invece infinita. La Grazia non ha bisogno di essere sollecitata, né richiesta, né cercata. La
Grazia è presente, senza alcuna domanda. La Grazia di Dio è come la luce del Sole che è disponibile
ovunque, a tutti, egualmente. Allo stesso modo, la Grazia è continua. La Grazia è eterna. La Grazia
non deve essere cercata o desiderata, perché essa è sempre presente.

"Grazia e benedizione sono temporanee o svaniscono dopo un certo periodo o certe azioni?"
Ecco un semplice esempio: se non seguo gli insegnamenti di Swami, bene, posso non ricevere le Sue
benedizioni, ma ho la Sua Grazia. Quando un figlio non segue i comandi o i consigli del padre, il
padre non lo benedirà aprendo il portafogli, ma egli ha la grazia del suo amore.
Uno studente che non svolge il suo compito a casa non avrà le mie benedizioni. Se non passa
l'esame, non avrà le mie benedizioni. Ma ha la grazia dell'insegnante, che continua ad amarlo fino
a quando non lo supera. Dunque, la grazia è priva di scopo specifico, non è diretta ad un
risultato, mentre le benedizioni possono essere ottenute in base alle nostre azioni.

Ecco un altro esempio. Per discrezione, non rivelerò il nome della persona alla quale mi riferisco
in questo esempio. Successe circa 15 anni or sono. Era un uomo molto grande, sia in virtù della sua
professione sia in virtù del suo fisico; infatti occupava un sedile sufficiente per quattro
persone!
Bene, costui arrivò un giorno qui. Io lo conoscevo molto bene. Adesso è morto, ma in passato aveva
occupato una posizione importante. Gli dissi: "Signore, sono molto lieto di vederla. Ho sentito che
ha una posizione prestigiosa. Come mai è venuto qui?"
Mi rispose: "Sono venuto per ricevere la benedizione di Bhagavan per sposarmi un'altra volta."
"E sua moglie?" domandai, riferendomi a sua moglie, dal momento che era già sposato.
Egli disse "Questa sarebbe una moglie in più."
"Perché una moglie in più?"
"La mia attuale moglie è troppo impegnata con la spiritualità. Ella passa qui troppo tempo, così ho
bisogno di qualcuno che si occupi della casa". (Quando il principale è assente, il vice ne occupa
la posizione!)

Io gli dissi allora:" Signore, pensavo che Lei fosse un grand'uomo. Mi spiace. Non trovo difetti in
Lei, ma vedo piuttosto il mio errore per aver pensato che Lei fosse un grand'uomo. Ora non la posso
più considerare tale. Swami ha detto molte volte:  "Wife is knife"  (la moglie è come un coltello).
A causa della famiglia, ci si trova pieni di impegni e responsabilità. Bhagavan desidera che ci si
innalzi sopra queste catene della vita familiare. Invece Lei desidera sposarsi una seconda volta, e
viene per ottenere la benedizione di Baba, quando la sua prima moglie è ancora viva! Signore, è
meglio che prenda il prossimo autobus, o un taxi, e se ne vada, perché Swami potrebbe mandare i
Seva Dal a buttarla fuori!"

Non ci sono benedizioni per simili sciocchezze, ve lo dico io.
D'altro canto, se dite: "Sono stanco della mia esistenza. Voglio passare il resto della mia vita a
servirti, mio Signore. Aiutami a crescere nel distacco e nella rinuncia". Allora avrete le Sue
benedizioni.
Se dite: "Voglio immergermi sempre più a fondo della mia vita familiare" - non ci possono essere
benedizioni. In ogni caso, la Sua Grazia c'è sempre, in attesa che un giorno o l'altro voi vi
mettiate a lavorare per la vostra redenzione. Questa è la risposta.
Abbiamo ancora due domande. Non penso che il tempo mi permetta di rispondere oggi, perciò lo faremo
settimana prossima.
Molto probabilmente, la settimana prossima discuteremo di Gesù e di Bhagavan Sri Sathya Sai Baba,
poiché in tutto l'Occidente il periodo natalizio è già iniziato. È un'occasione di grande
celebrazione, meraviglia ed eccitazione, nel vedere come l'azione di Gesù Cristo venga ripetuta in
questo tempo da Bhagavan Sri Sathya Sai Baba.

Possa Bhagavan essere sempre con voi.
Grazie per avermi ascoltato con tutta la vostra attenzione.
Molte molte grazie!

Anil Kumar chiude la sua conferenza con il bhajan,
"Jaya Sai Shankara, Jaya Abhayankara".



Note:

1) Il 15° Capitolo della Bhagavad Gita è intitolato "Purushottama Praptiyoga" - "Lo Yoga della
Persona Suprema". È loYoga della Conoscenza dell'Assoluto, del Supremo, è la più alta Conoscenza.
2) Stato Purushottama - è la Meta Suprema; la Realizzazione del Sé, dell'Atma che è unico ed
identico con Dio.
3) Akshara - "Coscienza" si riferisce a ciò che indistruttibile, immutabile, imperituro: l'anima
(che trasmigra da un corpo   all'altro).
4) Kshara - "conscio" si riferisce a ciò che è mutevole, mortale, deperibile: il corpo.